Loading

Selton

BIOGRAFIA

Difficile resistere a queste nuove canzoni dei Selton

Daniel, Eduardo, Ramiro e Ricardo sono una conoscenza obbligata per tutti quelli che pensano – e non siamo in pochi - che il pop, oggi, abbia ancora un ruolo importante per definire il presente. La loro leggerezza non è mai scellerata, anzi: prende a prestito una storia girovaga come poche altre, che unisce Porto Alegre, il punto di partenza di tutti e quattro, con Barcellona, l’Italia e soprattutto una zona non definibile, senza posti di frontiera, dove si incontrano e si dipanano le loro canzoni. 

Nel nostro Paese, i Selton hanno trovato una sorprendente affinità con un grande maestro della tristalllegria come Enzo Jannacci, hanno incrociato le loro canzoni e la loro curiosità, fra gli altri, con Daniele Silvestri, Dente… Nei loro dischi passati c’è la passione per la melodia che non scolora, per le parole che non si dimenticano, per un lavoro continuo che affina ritmi, melodie e curiosità.

 

In Manifesto Tropicale tutte queste caratteristiche trovano una loro movimentata e felicissima confluenza. 

È un album che non sta fermo, quello che i Selton hanno messo assieme partendo dal manifesto antropofago che gli dà il titolo, quello con cui Oswald De Andrade definiva nel 1928 il modernismo come movimento più che onnivoro e il brasiliano come un soggetto che arricchisce la sua giovane cultura mescolandola con tutte le altre, anzi, cannibalizzandole. Il procedimento è quello, molto ecologico, di assorbire e rimettere in circolazione ciò che si incontra, di fagocitare e reinventare continuamente gli orizzonti dell’espressione – non solo - artistica.



Le canzoni sono ricordi, viaggi, legami affettivi e considerazioni sul tempo che, più che passare, disfa. Arrivano da un lavoro in cui identità e collettivo sono parole chiave. L’identità attraversa spazio e culture, si riconosce più che in una sola “patria” nella molteplicità dei contatti, dei paesaggi, delle esperienze. Bisogna riconoscersi, insomma, ma attraverso un caleidoscopio: quello della malinconia (saudade, se volete), di un vitalismo consapevole del nostro veloce passaggio. La collaborazione al progetto, ai pezzi, diventa così comune, alla pari fra tutti i musicisti che si fanno chiamare: un collettivo nel senso più aperto e meno stantio del termine. È così che si viaggia in Manifesto tropicale, sempre pronti a deviare, dalla progressione di Terraferma, sottilmente intensa, al ricordo di Jael, la nonna di Daniel, che unisce folk universale, pop, elegia, fino alla bossa nova in italiano di stella rossa. La lingua muta, continuamente, anche all’interno di uno stesso pezzo: italiano, portoghese, inglese, importa poco, purché le parole non siano spese male e riescano a risuonare quasi nuove, inattese, magiche

Non c’è niente di superfluo, nei risvolti di Manifesto tropicale: in ogni traccia che compone il cd il lavoro su suoni e strumenti (grazie anche alla produzione di Tommaso Colliva) si è preso tutto il tempo che serviva, nel caso di certi pezzi anche anni, per arrivare all’essenziale, al nucleo espressivo. Un’essenza che non rinuncia mai alla contaminazione, come nel ponte fra ritmi etno, elettronica e pop di Tupi Or Not Tupi (gioco di parole e significati: i Tupi sono la tribù originaria, più antica del Brasile), nell’eterno ritorno esistenziale di Lunedì, nell’omaggio davvero antropofago all’amico Banhart di Sampleando Devendra. Si può ballare con una lacrima (Avoar), evocare la Luna in Riviera su un lungomare immaginario e incantato, divagare da un capo all’atro del mondo con le giuste sfumature (Bem Devagar), liberarsi, ma fino a un certo punto, dai Cuoricinici che ci affondano senza scampo, con la giusta dose di ironia e leggerezza.

 

Manifesto tropicale ha come patria il mondo intero. Nelle sue storie i ricordi di ieri e di oggi si incontrano, gli stili si riconoscono come parte di un solo linguaggio, categorie come nuovo o antico crollano, fino a che non rimane un’essenza che è, per sua stessa natura, felicemente contemporanea.